I segni della crisi climatica contemporanea sono ormai evidenti nella nostra quotidianità, nonché denunciati decenni fa da ricercatori in ogni angolo del globo: dalle alluvioni alla siccità, dai disastri idrogeologici alla desertificazione, dallo scioglimento delle calotte polari alla distruzione di interi ecosistemi, fino alle migrazioni di massa causate da ingiustizie climatiche.
Gli ambienti naturali e artificiali portano con sé delle tracce, residui degli eventi di questi cambiamenti. Queste evidenze sensibili hanno bisogno di essere studiate con metodologie forensi per rivelarne le cause e indirizzarsi ai colpevoli. Allo stesso tempo, devono essere usate per elaborare strategie politiche e tecnologiche di lunga durata che possano invertire la rotta e garantire il benessere animale e vegetale del pianeta.
Quale può essere il ruolo dell’arte in tutto questo? Se non è in grado di curare il mondo, può almeno potenziare i processi di adesione a scelte che promuovono un cambiamento nei nostri modi di rapportarci col mondo? È possibile pensare gli oggetti e i discorsi artistici come piattaforme di pensiero critico in grado di riorientare la percezione sulle violenze causate all’ambiente e sulla possibilità di immaginare e costruire alternative condivise?
Le opere presentate in questa edizione di Mind the Gap invitano a posizionarsi in quest’ottica di studio, comprensione, denuncia e possibilità immaginativa che ruota intorno alla crisi climatica, toccando tematiche che vanno dal più-che-umano, alla migrazione, al tempo geologico, alla logistica e all’abitare.