{"id":10,"date":"2019-12-17T12:09:06","date_gmt":"2019-12-17T11:09:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.projectmindthegap.it\/mindthegap2019\/?page_id=10"},"modified":"2022-02-28T19:38:34","modified_gmt":"2022-02-28T18:38:34","slug":"ricalcolo","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.projectmindthegap.it\/mindthegap2019\/ricalcolo\/","title":{"rendered":"Ricalcolo"},"content":{"rendered":"<div class=\"wpb-content-wrapper\"><p>[vc_row css_animation=&#8221;&#8221; row_type=&#8221;row&#8221; use_row_as_full_screen_section=&#8221;no&#8221; type=&#8221;grid&#8221; angled_section=&#8221;no&#8221; text_align=&#8221;left&#8221; background_image_as_pattern=&#8221;without_pattern&#8221; z_index=&#8221;&#8221;][vc_column width=&#8221;2\/3&#8243; css=&#8221;.vc_custom_1642666609781{padding-bottom: 20px !important;}&#8221;][vc_column_text]La terza edizione di Mind the gap, dal titolo <em>Ricalcolo. Di territori computanti e dei loro attuatori analogici<\/em>, rientra nel progetto d\u2019arte contemporanea nato dalla collaborazione con il Parco Basaglia di Gorizia. Si tratta di una mostra collettiva incentrata sui temi delle infrastrutture tecnologiche, del rapporto degli individui con la tecnologia, della rappresentazione virtuale dei paesaggi fisici e dei modelli ideali delle citt\u00e0 del futuro, temi che vengono approfonditi e decostruiti attraverso le opere degli artisti Sofia Braga, Emilio Vavarella e del collettivo KairUs, composto da Linda Kronman e Andreas Zingerle.<\/p>\n<p>Il progetto parte dal presupposto che al tempo del <em>digitale<\/em> \u00e8 ormai naturale considerare gli spazi <em>virtuali<\/em> e quelli <em>fisici<\/em> come profondamente intrecciati. Se fino a qualche anno fa, prima del boom di smartphone e piattaforme online, questi due termini potevano essere usati come concetti opposti, ora sono aspetti complementari di una stessa definizione di reale. Prodotti, strumenti, servizi o eventi che nascono su Internet hanno infatti conseguenze assolutamente reali nel mondo fisico, basti pensare ad esempio alle numerose applicazioni per smartphone che permettono di controllare l\u2019accensione di lampadine o impianti di riscaldamento da qualsiasi localit\u00e0 l\u2019utente si trovi, oppure ai vari Assistenti Vocali Intelligenti che possono autonomamente fare la spesa quotidiana attraverso un semplice ordine vocale. Non \u00e8 necessario addentrarsi nei dettagli della tecnica per poter quindi sostenere che nell\u2019ultima decina d\u2019anni l\u2019immaginario quotidiano \u2013 e questo soprattutto nei paesi industrializzati occidentali \u2013 si \u00e8 riempito di attori non umani e immateriali che progressivamente hanno iniziato a compiere in autonomia azioni che fino a quel momento era impensabile fossero delegate a una macchina. E che d\u2019altro canto non necessitavano di Internet per funzionare \u2013 si veda nuovamente l\u2019esempio delle applicazioni per controllare la lampadina. Si tratta di un immaginario collettivo spesso costruito su metafore visive o linguistiche che si presentano tendenzialmente fluide, magiche, intuitive ed esperienziali, spesso facendo riferimento a un sistema di elementi molto stilizzati provenienti da un non ben definito mondo naturale: ad esempio acqua, fuoco, e aria diventano rispettivamente la <em>Cloud<\/em>, il <em>firewall<\/em>, l\u2019<em>Airdrop<\/em>, la cui funzione \u00e8 di mediare e facilitare la nostra relazione con il mondo. Allo stesso tempo, per\u00f2, le interfacce si occupano anche di nascondere alla vista l\u2019effettivo funzionamento dei macchinari che permettono a tutta questa infrastruttura di connettersi con la fisicit\u00e0 del reale, la quale \u00e8 spesso molto meno \u201csmart\u201d di come ci venga dato a vedere.<\/p>\n<p>Il progetto espositivo <em>Ricalcolo. Di territori computanti e dei loro attuatori analogici<\/em> nasce da queste premesse e le estende attraverso l\u2019osservazione di come l\u2019incontro tra digitale e fisico avvenga concretamente nei punti di contatto tra queste due nature del reale. Sono i pochi centimetri quadrati dei sensori ed attuatori elettromeccanici e gli schermi dei <em>device<\/em> a rendere possibile questo scambio e la trasformazione di un impulso analogico in uno digitale e viceversa.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 qui che la superficie <em>high res<\/em> si scontra con la realt\u00e0 <em>low tech<\/em>. Come spesso espresso negli ambienti dell\u2019attivismo digitale, infatti, queste tecnologie non sono mai <em>neutrali<\/em> come vengono spesso descritte: i sensori trasformano la complessit\u00e0 del reale in una stringa di numeri e sono i primi responsabili della sua <em>quantizzazione<\/em> e interpretazione, mentre le interfacce ne influenzano l\u2019impressione di veridicit\u00e0 della sua rappresentazione. Se un\u2019interfaccia \u00e8 poco amichevole o intuitiva, l\u2019utente considerer\u00e0 tendenzialmente anche i processi sottostanti come poco affidabili. Al contrario \u2013 e questo \u00e8 ci\u00f2 che la mostra vuole mettere in evidenza \u2013 se l\u2019interfaccia si presenta come molto affidabile, automaticamente l\u2019intero prodotto o servizio digitale ne trarr\u00e0 beneficio. E infatti molte applicazioni raggiungono un certo successo commerciale proprio grazie alle strategie di marketing e allo <em>User Experience Design<\/em> impiegati nella realizzazione del prodotto, piuttosto che a una sua effettiva superiorit\u00e0 tecnica nei confronti dei progetti concorrenti.<\/p>\n<p>Accomunati da un certo scetticismo verso la perfezione della tecnica, i lavori di Sofia Braga, Emilio Vavarella e KairUs portano in superficie ci\u00f2 che succede immediatamente al di sotto delle interfacce lucide delle tecnologie contemporanee. Gli artisti utilizzano strumenti e tecniche di diversi campi di ricerca estetica e sociale, da quelli dell\u2019attivismo tecnologico a pratiche documentarie e archivistiche di materiali digitali disponibili online. Con i propri lavori, mettono in luce le estetiche, le retoriche e le contraddizioni tra i mondi <em>smart<\/em> e <em>dumb<\/em>, cercando di smontare e affrontare criticamente le illusioni e le false speranze della tecnologia contemporanea: la perfezione del digitale, l\u2019astrazione dello schermo e quel beckettiano entusiasmo per un futuro migliore \u2013 magnifico e tecnologico \u2013 che probabilmente non si realizzer\u00e0 mai, ma la cui sola virtualit\u00e0 d\u00e0 forza al marketing digitale e alla dipendenza internettiana.<\/p>\n<p>Il lavoro di Sofia Braga nasce nel contesto dei social network, all\u2019interno dei quali qualsiasi tipo di contributo personale diventa un materiale di valore per la comunit\u00e0 o per l\u2019azienda che ne controlla gli strumenti. Ogni post, <em>swipe<\/em>, <em>share<\/em> o <em>like<\/em> \u00e8 parte integrante di una struttura algo-ritmica fondata sull\u2019<em>engagement<\/em> \u2013 la capacit\u00e0 di creare un legame emozionale tra utente e piattaforma \u2013 che focalizza l\u2019attenzione dell\u2019utente sull\u2019interazione stessa, creando un circolo autoreferenziale che respinge al di fuori tutto ci\u00f2 che non ne \u00e8 parte integrante. In questo circolo, l\u2019utente e i suoi dati personali sono rispettivamente il motore e la batteria della piattaforma: i dati vengono raccolti attraverso un vero e proprio processo di <em>estrazione<\/em> fondato sull\u2019interazione, il cui vortice di stimoli digitali rallenta solo quando la batteria del proprio device comincia a scaricarsi. In tale situazione, infatti, le dinamiche dell\u2019economia dell\u2019attenzione e la nostra dipendenza si rendono visibili, quasi offrendo il momento per sovvertirne il funzionamento. Che fare? La risposta dell\u2019artista \u00e8 ironica: basta rilassarsi scrollando e aspettare che la batteria dello smartphone si ricarichi, cullandosi tra le dolci onde della \u201cbacheca infinita\u201d.<\/p>\n<p>Un lavoro collaborativo tipico delle comunit\u00e0 digitali \u00e8 al centro della ricerca di Emilio Vavarella sul popolare servizio di mappatura Google Street View, una piattaforma che trasforma incessantemente miliardi di nuove immagini panoramiche scattate da collaboratori volontari in una rappresentazione virtuale della superficie terrestre. In un processo di esplorazione del servizio digitale, Vavarella ne ha collezionato i <em>glitch<\/em> \u2013 gli errori digitali che derivano dagli algoritmi utilizzati nella fase di creazione della mappa virtuale \u2013 creando un archivio in costante crescita. Al suo interno non ci sono solamente rappresentazioni distorte o mal generate, ma anche immagini che svelano elementi normalmente nascosti all\u2019utente finale, come ad esempio le effettive tecnologie usate nella produzione stessa della mappa o l\u2019identit\u00e0 degli anonimi cartografi. Oltre a essere testimonianza dell\u2019imprecisione del sistema e della sua costruzione, l\u2019archivio tematizza anche i processi di ri-scrizione in atto nella piattaforma stessa. In Street View i glitch individuati vengono poi costantemente corretti e nascosti grazie al contributo volontario degli stessi utenti, i quali sono di nuovo ingaggiati anche nel processo di perenne perfezionamento di un apparato digitale che spesso bluffa sulla propria effettiva perfezione.<\/p>\n<p>Anche il collettivo KairUs, formato da Linda Kronman e Andreas Zingerle, lavora sullo scarto tra la retorica del marketing e l\u2019effettiva costruzione e produzione del mondo <em>smart<\/em>. Nelle proprie opere KairUs decostruisce il linguaggio entusiasta della comunicazione d\u2019azienda per svelare ad esempio come comuni sistemi di videosorveglianza digitale \u2013 promossi come tecnologie per la sicurezza degli individui \u2013 possono essere utilizzati in un modo completamente diverso, mettendo a disposizione di chiunque i materiali video registrati in ambienti privati. Nella recente ricerca sulle <em>smart cities<\/em>, il duo mostra come i piani urbanistici delle citt\u00e0 intelligenti del futuro sono fondati principalmente sugli artifici retorici e ideologici delle grandi aziende del digitale, che contribuiscono e attingono all\u2019immaginario collettivo della vita <em>smart<\/em> per sviluppare e vendere i propri progetti di business futuristico. Tali progetti hanno in comune la visione di costruire una citt\u00e0 intelligente che non ha pi\u00f9 bisogno degli uomini per la gestione effettiva dell\u2019infrastruttura urbana. Nonostante le roboanti premesse, questi grandi esperimenti di citt\u00e0 \u201caziendalizzate\u201d, ovvero prodotte e gestite da aziende, si rivelano per la maggior parte fallimentari nel momento in cui cominciano ad essere realizzati, specialmente per la frequenza dei guasti all\u2019infrastruttura progettata per funzionare molto pi\u00f9 a lungo. Tutto ci\u00f2 porta rapidamente al paradosso per cui la tecnologia ha nuovamente bisogno di lavoratori umani per risolvere mansioni che idealmente avrebbero dovuto essere svolte da macchine, ma che infine sarebbe troppo costoso o inefficiente risolvere con esse.<\/p>\n<p>\u00c8 probabilmente questa la contraddizione pi\u00f9 interessante delle tecnologie contemporanee: esse si presentano come talmente perfette da essere \u201cautonome\u201d e non dover pi\u00f9 confrontarsi con l\u2019imperfezione degli uomini. Allo stesso tempo, per funzionare, necessitano proprio dell\u2019intervento umano per tenere insieme quest\u2019illusione <em>smart<\/em> di efficienza e perfezione. E questo bipolarismo \u00e8 nascosto dalle interfacce smart, perfette e infallibili, quasi aliene, che regolano l\u2019interazione del digitale con il fisico e che allo stesso tempo nascondono la propria finitezza attraverso strategie di suggestione visiva, retorica e marketing. In realt\u00e0 c\u2019\u00e8 bisogno di un continuo lavorio nel backstage per tappare i buchi e le imprecisioni tra il fondale fisico e la superficie digitale, un ruolo fondamentale e allo stesso invisibile all\u2019interno delle piattaforme. Si tratta di un lavoro spesso \u201canalogico\u201d, ripetitivo, in cui dati e realt\u00e0 vengono riallineati e fatti quadrare da invisibili contributori anonimi.<\/p>\n<p>Attraverso i progetti esposti, la mostra tematizza la natura estrattiva della tecnologia contemporanea e in generale la pervasiva retorica della vita <em>smart<\/em>, cio\u00e8 la tendenza a costruire macchinari il cui funzionamento \u00e8 fondato sullo sfruttamento di risorse materiali o immateriali per il beneficio economico di pochi e le dinamiche retoriche costruite per convincerci a lasciare spazio di azione al crescente apparato di sorveglianza digitale in cambio dei comodi benefici dell\u2019agire <em>wireless<\/em>. Quello che viene qui proposto \u00e8 la visione di un mondo composto non solo da tecnologie perfette e infallibili, ma della loro realt\u00e0 fatta di <em>404<\/em>, di errori di pianificazione e di grandi progetti digitali che si infrangono contro la semplice complessit\u00e0 del reale analogico, fisico. Un\u2019accettazione di questo dualismo e di questa imperfettibilit\u00e0, forse, potrebbe essere un primo passo per ri-bilanciare la relazione tra uomo, ambiente e tecnologia verso dei modelli economici e tecnici che siano pi\u00f9 tolleranti verso le risorse del pianeta e di tutti i suoi cittadini.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">Davide Bevilacqua<\/p>\n<p>[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;1\/3&#8243;][vc_column_text]<a href=\"mailto:mail@altreforme.net?subject=Richiesta catalogo Mind the Gap 3\">Richiedi PDF del catalogo \u00bb<\/a>[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row]<\/p>\n<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[vc_row css_animation=&#8221;&#8221; row_type=&#8221;row&#8221; use_row_as_full_screen_section=&#8221;no&#8221; type=&#8221;grid&#8221; angled_section=&#8221;no&#8221; text_align=&#8221;left&#8221; background_image_as_pattern=&#8221;without_pattern&#8221; z_index=&#8221;&#8221;][vc_column width=&#8221;2\/3&#8243; css=&#8221;.vc_custom_1642666609781{padding-bottom: 20px !important;}&#8221;][vc_column_text]La terza edizione di Mind the gap, dal titolo Ricalcolo. 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